Hallelujah, hallelujah. Hallelujah worthless fuckers, hallelujah.

those poor bastards gospel haunted 500x499 Hallelujah, hallelujah. Hallelujah worthless fuckers, hallelujah.

Fuck the generations who came before me. I never needed them nor nobody. I’m like an Indian, so silent and wise. Though I know nothing and I hate silence.
Ill at ease, ill at ease.

E ora qualcosa di completamente diverso: country-punk decadente. I Those Poor Bastards sono in due: Lonesome Wyatt (voce) e The Minister (strumenti vari e oscurità). I loro album hanno titoli come “Country bullshit”, “Satan is watching”, “Hellfire Hymns”, “The Plague” e “Songs of desperation”, quindi disperazione, Dio e Satana, serpenti, donne, omicidi, whisky, malattia, urla e molta polvere. Loro dicono di fare old-time gothic country music. Non vi sembrano abbastanza autentici? Dipende cosa intendete per autentici. I cantanti neomelodici napoletani sono sicuramente autentici. Allora ascoltatevi quelli. Comunque il loro ultimo disco, “Gospel Haunted”, è uno dei migliori che ho sentito negli ultimi tempi, ma consiglio anche i precedenti “Songs of desperation” e “Satan is watching”, da cui è tratta Crooked man.

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Those Poor Bastards – Crooked Man

Su Youtube si trova qualche live, ad esempio con Hank Williams III (sì, nipote di QUEL Hank Williams e profeta del country punk), per il resto consiglio di acquistare gli album tramite il loro sito ufficiale, oppure di imparare a usare Google come si deve.

Bella anche la loro cover di Walk the line di Johnny Cash. A seguire invece il pezzo citato nel titolo di questo post, tratto dall’ultimo album.

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Those Poor Bastards – Glory Amen

The Three Corners Of The Earth – Fire Shall Devour Them

The Three Corners Of The Earth Fire Shall Devour Them 500x496 The Three Corners Of The Earth   Fire Shall Devour Them

Collaborazione tra Anthony Gonzalez degli ottimi M83 e Curt Morgan di Brain Farm, casa di produzione specializzata in riprese aeree decisamente mozzafiato – soprattutto per chi, come me, pensa di fare qualcosa di pericoloso anche quando apre lo sportello mentre la macchina non è perfettamente ferma. Il pezzo è molto bello e l’ho trovato nel trailer (incredibile) del film The Art of Flight, connubio tra musica e immagini aeree in rallenty che in qualche modo rimandano alla grande estasi dell’intagliatore Steiner.


The Three Corners Of The Earth – Fire Shall Devour Them by weallwantsome1

Di Pakistan, bestie umane e altre storie (anche Hitler)

pakistan Di Pakistan, bestie umane e altre storie (anche Hitler)

Pakistan: Instrumental Folk & Pop Sounds 1966 – 1976. Come dice il titolo: pezzi strumentali, tutti molto ballabili, provenienti dal Pakistan del periodo 1966/1976, quindi surf, sitar, rock tipo Bollywood, Raul Casadei pakistano e così via, per capire che aria tirava da quelle parti, tra un golpe e l’altro. A compilare la lista è il gestore dell’eccellente Radiodifusion, blog consigliato più volte in queste pagine ma repetita iuvant. Il disco fino a un certo punto è piacevole ma non esaltante – solite contaminazioni musicali tra occidente e medio-oriente – ma proprio quando stava per deludermi sono arrivate un paio di perle sconosciute che in realtà avevo già sentito nel suddetto blog ma che avevo dimenticato.

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The Aay Jays – The Aay Jays Theme

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Nisar Bazmi – Pyar Ki Ik Naee

QUEERMARRIAGEcover Di Pakistan, bestie umane e altre storie (anche Hitler)

Humanbeast – Queer Marriage. Siccome è uno strano incontro tra l’electro ballabile con voce femminile dark il tanto giusto e la brutalità noise più inaspettata, è facile, visto il nome, vederci una metafora dell’essere umano diviso tra i suoi aspetti più o meno bestiali: ma siccome è facile, non lo faremo. A tratti si è indecisi tra quale delle due parti preferire, esattamente come accadeva in quell’esperimento di più di 40 anni fa di Pierre Henry con il gruppo progressive degli Spooky Tooth (a proposito: Humanbeast è tutto attaccato, quindi non sono da confondere con i quasi omonimi degli anni 70, gli Human Beast, autori di un progressive stoner ante-litteram). Però quando alla languida e decadente intensità emotiva della cantante subentra una distensiva e insensata cacofonia noise, il disco funziona.

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Humanbeast – In Heels

Si può scaricare gratuitamente da qui. Su Youtube c’è una esibizione live dove si nota perfettamente l’alternanza e l’unione tra le due anime del disco nonchè un certo imbarazzo del pubblico, tipico dei concerti noise.

Infine, una segnalazione: si chiama NudeSpoonsEuphoria ed è un blog di cover, ma si differenzia da tutti gli altri blog di cover per due particolarità: 1) è scritto in italiano, 2) i post sono lunghi e ben scritti. La seconda eccezione in particolare – cioè gli ottimi testi – ha reso la segnalazione praticamente obbligatoria. L’obiettivo sono le 100 cover.

Bonus: ah, siccome oggi inizia la primavera, mi sembra giusto omaggiarla con Springtime for Hitler, pezzo tratto da The Producers di Mel Brooks.

Questo è un post sul nuovo disco dei Radiohead

thekingoflimbs 500x446 Questo è un post sul nuovo disco dei Radiohead

Ogni volta che esce un disco dei Radiohead mi capita di fare, come si dice, i conti con il passato. Saranno cambiati? Sono cambiato io? In questi anni di amore barra odio ho fatto in tempo a ignorarli amarli venerarli tradirli criticarli deriderli rivalutarli e di nuovo ignorarli, fino a trovarmi come l’Uomo Tigre solitario nella notte con le lacrime agli occhi e Amnesiac nell’autoradio, e chissà dove stavo andando (va detto che la medesima scena si è verificata anche con un best of di Dean Martin, l’antologia della canzone socialista in Italia, “God was never on your side” dei Motörhead e “La notte” di Adamo). Ed è questo che mi piace di ogni nuovo disco dei Radiohead: è come entrare nel salotto di mia nonna per vedere se qualcosa è cambiato e con piacere scoprire che è tutto come prima, le foto sono sempre quelle, il calendario di Frate Indovino è sempre saldamente attaccato al muro e quella invisibile polverina grigia ha ormai preso il posto dell’aria. Quel che cambia è la luce, che dipende da quanto la tapparella è abbassata o dalla presenza o meno di nuvole nel cielo. E quindi mi siedo comodo, respiro quella confortante aria di morte e ogni tanto una nuvola passa davanti al sole quando il fantasma del pur vivissimo Neil Young appare seduto sulla poltrona a fianco alla mia.

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Radiohead – Give Up The Ghost

Beh, prima che qualcuno si commuova davvero: sì, The King of Limbs è un disco dei Radiohead, sorprendente nel suo essere assolutamente non sorprendente (questa me l’ha suggerita Ghezzi), che piacerà molto a quelli che hanno amato il disco solista di Yorke – cioè, quelli che se lo ricordano – e piacerà abbastanza a tutti gli altri. Un disco denso, con una prima parte elettronica ed elegante tipicamente Radiohead e una seconda parte (dal minimal e oscuro Feral in poi, uno dei due pezzi migliori del disco), meno elettronica ma ugualmente Radiohead e forse anche più elegante. E mia nonna ci ha sempre tenuto tantissimo all’eleganza.

p.s.
dal prossimo post si torna a parlare di muezzin, galassie inesplorate, limoni, tombini fumanti, strani frutti e ratti che si arrampicano sulle palme.

Górecki, Sinfonia dei canti dolorosi

3039316040 d710d846a7 Górecki, Sinfonia dei canti dolorosi

Chi ama l’opera e la musica classica ma resta un ignorante, un profano, arriva ai grandi pezzi quasi sempre casualmente, magari perché se ne parla da qualche parte per il suo significato storico, o perché è stato citato in un disco dei Lamb, o perché ha influenzato i Godspeed You Black Emperor, o perché l’autore è un contemporaneo morto un paio di mesi fa, oppure, com’è successo a me, perché l’ha sentito per caso a Radio 3 e ha pensato “ah, minchia che figo, devo scaricarlo”. Solo che poi c’è sempre quel problema con Radio 3 che, sì dicono nome e titolo e direttore d’orchestra ecc. ecc., però si tratta quasi sempre di compositori e maestri russi o polacchi con nomi impronunciabili che non si trovano nemmeno con l’aiuto del “forse cercavi” di Google. Per fortuna la Sinfonia n.3, op. 36 per soprano e orchestra di Henryk Mikolaj Górecki è conosciuta anche come “Sinfonia dei canti dolorosi”, nome che ovviamente mi è rimasto impresso, per cui trovarlo (FLAC, ovviamente) non è stato così difficile.

Górecki è morto il 12 novembre 2010. La sinfonia si ispira a una preghiera scritta da una ragazza ebrea su un muro di una prigione della Gestapo in Cecoslovacchia e, indirettamente, al recente rapimento della salma di Mike Bongiorno (titolo completo: ALLEGRIA! Sinfonia dei canti dolorosi). “Gorecki” dei Lamb cita proprio questa sinfonia. E anche la bellissima Moya dei Godspeed inizialmente si chiamava Gorecki, e basta sentire un paio di secondi della sinfonia per capire l’influenza che ha avuto sugli amati canadesi.

(la foto è di milla)