Me-ra-vi-glio-so video-concerto di Pierre Henry (proprio quel Pierre Henry, oggi 84enne) che piegato sul mixer per circa un’ora crea e distrugge interi universi sonori nella sua casa di Parigi. Assolutamente imperdibile. Una casa tra l’altro che da sola merita la visione del video: sembra una specie di estensione della sua mente, tutta circuiti e cavi elettrici, ingranaggi e strane cose appese ai muri.
In pratica è l’opposto del pirotecnico, fantascientifico e iper tecnologico live di un altro grande, Amon Tobin, che io considero in qualche modo un erede di Henry. In ISAM ci sono cubi video super fighi progettati da scienziati pazzi, qui c’è semplicemente lui, Henry, con maglioncino porpora e barbone bianco, inespressivo, che con movimenti letargici crea rumori nel salotto di casa. L’idea è geniale nella sua semplicità.
Paroxysms è un live comissionato da un festival della Tasmania, dove è stato trasmesso sui megaschermi. Sì, davvero! Per vederlo tutto bisogna registrarsi, ma ci vogliono solo pochi secondi, oppure è possibile loggarsi con Facebook.
Se ho capito bene non sarà on line per sempre, quindi bisogna affrettarsi, anche se penso che in seguito lo si potrà vedere pagando. E comunque spero che in futuro qualcuno lo carichi su Youtube o siti simili perché queste sono cose da mostrare nelle scuole, negli ospedali e nelle strade.
Curiosità finale: il direttore di questo festival della Tasmania è Brian Ritchie, proprio lui.
(Ah, nello stesso sito ci sono anche documentari su Steve Reich – di cui si parla anche nel post precedente a questo – Philip Glass e altri nostri amici.)
Presentato alla Sala Rose Reading della New York Public Library, Music For Six Guitars è un lavoro probabilmente ispirato al genio di Steve Reich e alla sua pietra miliare della musica. Il 13 novembre scorso, in seno alle iniziative della Rolex Mentor and Protégé, Ben Frost si è voluto circondare di scrivanie, lampade, amplificatori, libri, scaffali, trombettisti, mixer e, ovviamente, sei chitarre.
Il risultato è qualcosa di allucinante. Dove, questa volta, i chitarristi e gli astanti non sembrano degli indemoniati e impossessati dalla musica, ma sono coinvolti in una atmosfera completamente nuova (tutta la serie fotografica merita). Ma c’è qualche elemento che non può passare osservato: tra i libri di letteratura si aggirava anche uno spettrale Brian Eno, Ben Frost è scalzo come in tutti i suoi live, e, dai dati in nostro possesso dalla capitaneria, o dal blog di Ben Frost, tra i chitarristi c’era anche Tim Hecker. Vabbè, a sto punto, fate ciò che volete.
Sarà che sono diventato estremamente selettivo, o se preferite uno stronzo misantropo e accidioso, comunque ormai vado a pochi/pochissimi concerti, tanto che i due migliori di questa estate sono anche gli unici due a cui ho assistito, entrambi dietro casa, nel giro di 48 ore.
Speed Caravan a Nurachi, 2 agosto 2011
Quasi visto due anni fa, ascoltato spesso in questi due anni, finalmente sono riuscito a intercettare Speed Caravan, il progetto del mago dell’oud Mehdi Hadda, psichedelico, travolgente, indefinibile. E’ come se i Motorhead facessero dance araba. A un certo punto del concerto ha introdotto un pezzo dicendo che andava fatto “forte e veloce”, e ditemi voi se non vi ricorda qualcuno. Melodie ipnotiche che per comodità definiamo arabeggianti a cui però viene dato fuoco elettrico e amplificato, su imprevedibili basi dance: molto forte, molto veloce, MOLTO BELLO. Come sospettavo è musica che su cd o su youtube rende meno di un decimo di quanto rende dal vivo. Immancabile nel finale la cover di Galvanize e una Dady Lolo destrutturata e irriconoscibile, molto bella. Essere selettivi premia.
Mulatu Astatke a Oristano, 4 agosto 2011
Confesso, questo post ha richiesto più stesure, dato che nelle prime sembravo Paolo Brosio che parla della Madonna di Medjugorje. L’entusiasmo post-concerto può essere molto imbarazzante, per quanto, in questo caso, assolutamente motivato, dato che quello di Mulatu Astatke non è stato solo il concerto più bello di quest’estate e di quest’anno, ma anche uno dei più belli di sempre. E dico davvero. Scoprire musica così (anche se l’avevo già sentito in passato, ma non mi aveva sconvolto: com’è possibile?) e scoprirla dal vivo, diciamo in carne ed ossa e luci colorate, è stata un’esperienza psico-fisica di cui fare scorta per i mesi invernali. Sul palco Re Mulatu e sette musicisti uno-più-bravo-dell’altro. E voglio scrivere anche i loro nomi perchè se lo meritano: Byron Wallen, James Arben, Danny Keane, Alex Hawkins, John Edwards, Tom Skinner, Richard Olatunde Baker. Ma giustamente qualcuno potrebbe chiedersi chi è Mulatu. Dunque.
Etiope, ha studiato e vissuto a Londra, New York e Boston, dove è stato il primo studente africano al Berklee college of music. Polistrumentista, specializzato in vibrafono, piano e conga, è conosciuto come “godfather of ethio-jazz”, che sarebbe jazz però con elementi della musica popolare etiope, ritmi latini, venature psichedeliche, melodie malinconiche e stregate. E cioè? Appunto. Durante il concerto ogni tanto capitava di sentire qualche suono che non si capiva che suono fosse e soprattutto da dove provenisse. E in quel momento, a bocca aperta, alla ricerca di una spiegazione, guardavo Mulatu che non suonava ma dirigeva gli altri musicisti con espressioni di soddisfazione e godimento. Ogni tanto poi attendeva un suono e quando il suono arrivava Mulatu annuiva convinto e soddisfatto, come a dire: “Perfetto, lo volevo esattamente lì, esattamente così”. E’ l’ethio- jazz. Lui sa cos’è.
Quali dischi comprare? Cominciamo col dire che il disco Mulatu of Ethiopia, anno 1977, porta il marchio dell’Ethiopia Airlines ed è stata la colonna sonora ufficiale in aerei e aeroporti etiopi. Ma probabilmente Mulatu sarebbe rimasto una leggenda per pochi esperti di giàs, se non fosse stato riscoperto qualche anno fa grazie alla colonna sonora del film Broken Flowers di Jim Jarmusch – inutile negarlo, è per questo che noi lo conosciamo – dove tre dei suoi brani più belli e ipnotici venivano ripetuti più volte. Qualche anno dopo poi è arrivato il disco che ha conquistato i cuori di tutti, quello con gli Heliocentrics, Inspiration Information, consigliatissimo.
Ma il disco fondamentale da avere e consumare è senza dubbio Éthiopiques, Vol. 4: Ethio Jazz & Musique Instrumentale, antologia del periodo 1969/1974. Fondamentale perchè contiene tutti i classici. Nel 2010 poi è uscito l’ultimo Mulatu Steps Ahead, di cui su internet gira una versione promo con la voce di Mulatu che interviene durante i pezzi, introducendoli o sovrapponendosi con frasi tipo “Questo è Mulatu Astatke, e voi state ascoltando il mio nuovo album”. L’idea della casa discografica era di inserire un elemento di disturbo in modo da scoraggiare la pirateria, dato che il feticista della musica, e in particolare quello del giàs, come prima cosa nella sua vita mette la qualità dell’ascolto. Prima di tutto, anche prima della salute della mamma e dei figli. Peccato però che questa versione, come ha giustamente notato qualcun altro prima di me, ha finito per impreziosire il disco, con la voce calda di Mulatu che sembra quella di un dj di una radio blaxploitation, praticamente perfetto. Quindi il consiglio è di acquistare il disco originale, ok, ma anche di scaricare la copia promo con la voce di Mulatu. E insomma mi sembra di aver detto tutto, forse anche troppo. Ah, qui alcuni video dello storico concerto.
Nota: Entrambi i concerti facevano parte del Dromos Festival, bellissimo festival di musica bellissima, quasi sempre dietro casa mia, che diventa ancora più bello quando offre prezzi, diciamo così, “popolari”. Comunque ringrazio di cuore gli organizzatori per le ottime scelte. L’anno prossimo magari portatemi dietro casa anche Omar Souleyman e i Group Bombino, così mi farete ancora più felice.
Altra nota: se fra chi legge c’è qualcuno che usa Wikipedia, vi prego, cambiate l’orribile foto che campeggia nella pagina dedicata a Mulatu.