In esclusiva, assoluta ed illegale, su guylumbardot.com una clip che ho fatto usando la traccia introduttiva dell’album, ancora non rilasciato, di Tim Hecker, Ravedeath, 1972.
update: Tim Hecker ha visto questo video ed ha ringraziato di persona!

Si consolida la tradizione delle (personali) tracce che, in un modo o nell’altro, hanno definito l’anno che ci lasciamo alle spalle. Rispettando i dogmi della setta guylumbardonesca, la classifica è per sua natura eclettica come solo un blog eclettico ospitante può essere.
Tutto sommato, sono in molti in rete che scrivono di musica, recensioni, riflessioni, paragoni, storia etc., ma, infine, quel che conta è quella dannata e non trascurabile roba che troviamo nei lettori mp3 che ci trasciniamo dietro, e che ci porta più volte a premere PLAY and REWIND.
Ho evitato di citare ulteriormente, per quanto possibile, gli album già eletti, con eccezioni troppo eclatanti per fare degli omissis. La mole elencabile possiamo ritenerla sterminata (soprattutto se contiamo ascolti estemporanei mai più ripescati o trovati), ma quelli che seguono sono in qualche modo i pezzi che più hanno colonizzato i programmi di riproduzione e gli ipod, con un occhio di riguardo verso qualche sonorità trascurata dal panorama. Ma solo un occhio però, perchè poi c’è Rihanna.
The Knife – Colouring of Pigeons: è qui un oltraggio, inserire solo questa canzone, dal misterioso e sperimentale lavoro che i Knife hanno fatto su commissione per un opera teatrale. L’avevamo prontamente segnalato, perchè ci è parso troppo The Knife, troppo The Residents, troppo corale, troppo ambizioso e il fatto che sia stato poco notato poco importa. Il piacere è il nostro. Da ascoltare durante una battuta di caccia.
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The Irrepressibles – In this shirt: l’album degli Irrepressibles non ha soddisfatto tutte le papille gustative. Non so, è quel barocco che dopo due ascolti incomincia a cacare il cazzo e a infastidirti data la sovrabbondanza. Ma ci sta. “In this shirt” rimane un buon singolo, che conduce verso il baratro con il crescendo di archi e sinfonie di fine mondo. Ascolto consigliato allegando il video musicale tra un Fellini e un Lynch.
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Rosetta – Je n’en Connais Pas la Fin: i sempre operativi Rosetta, gruppi ed anche singoli componenti con progetti laterali, sfornano un album apprezzato dai seguaci ma che non riesce a portare tanto buon vento come ci si aspettava. “Je n’en connais pas la fin” è breve manifesto rappresentativo del loro sludge, nella sua tremenda semplicità e lettura. E la sua chiusa è indubbiamente tra le migliori sulla piazza dell’anno. Un utente scrive: “This song builds a house in my heart. And then tears it down. There are no survivors”.
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a leggere frasi del tipo “una di quelle persone che sembravano non poter morire mai”, pensi oh, guarda che stronzata e passi ad altro. Il più sentito degli elogi funebri non farà mai tanto effetto quanto i necrologi stampati, solenni concisi lapidari. Si è spento l’Ing./Dott./Cav., colleghi amici commilitoni conoscenti si uniscono al dolore dei parenti. That’s all, folks. Sans-serif e carta di bassa qualità, forse leggero fastidio per la pubblicità dei voli low-cost sulla pagina precedente o per l’articolo sull’ennesima trasmissione televisiva trash sbarazzina giovanile irriverente impegnata nella pagina successiva.
Però oggi è morto Peter Christopherson, Sleazy per i fan, gli amici, i colleghi, i recensori e i tizi pseudosnob vestiti di nero con la faccia permanentemente incazzata e le magliette piene di simboli strani che vivono nel seminterrato dei loro genitori. E quando muore qualcuno come Peter Christopherson, uno come minimo dovrebbe sedersi a pensare guardando il soffitto. Perché pure se non hai mai ascoltato i Throbbing Gristle, gli Psychic TV, i Coil, il Threshould HouseBoys Choir o Soisong, c’è un’alta probabilità che in qualcosa che ti è piaciuto c’entri Peter Christopherson.
Là nel freak show dei Throbbing Gristle, Christopherson mi è sempre sembrato il più ‘normale’, per usare un termine inadatto. Non aveva la facies inquietante di Chris Carter, non aveva lo spudorato tutto ciò che di spudoratamente bizzarro esiste che aveva Genesis P-Orridge, non aveva le tette e il culo di Cosey Fanni Tutti (direi). Alto, leggermente curvo, magro, talvolta esibiva un paio di baffi che lo facevano sembrare un tecnico radio o una spalla dei cattivi di quei film sulle spie russe degli anni Sessanta. E come ogni personaggio dalla faccia relativamente ordinaria che mantiene un basso profilo, Peter Christopherson si rivelava dannatamente importante. Sua era la quasi totalità dei found sounds usati nei pezzi dei TG, e insieme a Carter forniva le track tapes che costituivano l’ossatura della loro musica.
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Throbbing Gristle – What A Day
Ha collaborato, dopo lo scioglimento dei Throbbing Gristle nell”81, con gli Psychic TV, formazione musicalmente più pop e luminosa, ma per tutto il resto più strana e inquietante (vedi: simbologia processiana e più, testi, paraphernalia), dei suoi Coil, che portavano la allora giovane industrial music in direzione magico-occulta, quasi romantica e leggermente più melodica.
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Coil – Blood From The Air
Durante e dopo i Coil, precisamente mentre era impegnato a invecchiare raggiungendo la complessione di un Enorme Capotribù Globale degli Zingari Oscuri, Christopherson fonda il Threshold HouseBoys Choir, emittente di industrial/elettronica/musique concrète disseminata di tutto quello che di disturbante e di semisconosciuto popolasse il mondo dei minorenni thailandesi, che sembra quasi un eruditissimo esercizio di shock-jocking. L’ultimo progetto di Sleazy è stato Soisong, enigmatico ed interessante come solo il suo punto d’arrivo poteva essere: un bizzarro ibrido di glitch music ed industrial minimalista, dimostra che chi riesce a segnare il corso della storia della musica non deve rimanere immancabilmente imbolsito nel suono e nelle posizioni che ha definito/che lo hanno definito.
Molto altro ci sarebbe da dire su Peter Christopherson, sulla sua vita e sul suo lavoro. Ma il presente post non ha tante pretese, che per essere esaudite richiederebbero una pagina monografica a loro esclusivamente dedicata. Per esempio, sapevate che Sleazy (lo stesso intimo di Genesis P-Orridge, lo stesso che con Genesis e altre due oddballs ha creato l’industrial music, lo stesso che negli ultimi anni, in tour intorno al mondo, allibiva hipster e simili bestie con immagini di violenze, lotte, rapporti sessuali tra adolescenti thailandesi), ha diretto diversi video per personaggi di ambienti totalmente insospettabili, come i Van Halen, Paul McCartney e gli Yes? Io non lo sapevo.
Il fatto è che, davvero, era difficile immaginare che Christopherson potesse morire. C’è questa sensazione, come se qualcosa che stavi aspettando e che non devi perdere ti fosse appena passata accanto molto velocemente, e quando ti giri sei già mezzo incazzato con te stesso e mezzo rancoroso verso la vita, l’universo, i Daft Punk e tutto quanto. Ecco, è quello che succede quando muore Peter Christopherson. Proprio adesso che, sembra, l’eredità dell’industrial viene portata sempre più avanti in direzioni davvero notevoli.
Insomma, RIP.
Giorni fa, un certo Ramoncìn, cantante spagnolo, tenta una cover disastrosa di “Come as you are” dei Nirvana. La notte stessa dicono che al cimitero dove giace Kurt Cobain nessuno si è rivoltato dentro la bara, ma solo perchè Kurt aveva assunto eroina per dormire meglio.
Giorni appresso la catastrofica esecuzione, ‘sto Ramoncino si accorge di cosa ha fatto (qui un video dove risponde alle critiche). Non ho ben capito la caratura del personaggio, ma credo sia un cantante e attore abbastanza “pop”, ossia di genere popolare.
Ad ogni modo Kurt Cobain non ha aspettato molto, ed appena si è ridestato ha pubblicato su youtube, questo è quello che si racconta, un video dove lui imita il Ramoncino. Ma, aggiungo io, pur imitandolo, la sua versione è molto meglio di una distanza siderale:
A questo punto, già che ci troviamo nel seminato, mettiamo fine qui, su questo blog, la leggenda o cospirazione che vedrebbe Kurt Cobain non suicida bensì ucciso da non si sa bene chi il 5 Aprile 1994.
Liquido la questione subito ed immediatamente: io non so con sicurezza se Cobain sia morto per suicidio o per colpa di mano altra, ma so di per certo che una fauna ragionevole dovrebbe fidarsi ciecamente di un uomo come Dylan Carlson (leader degli Earth, padre del drone):
mettiamola così: se davvero fossi convinto che Kurt sia stato ucciso, insomma, se pensassi che Courtney o altri fossero coinvolti sarebbero tutti morti adesso. Perchè li avrei uccisi io.
A margine, non so se avete notato che Dylan compone musica proprio con lo stesso stile di come parla.
Ah, quella che si ode prima dell’intervista è Crooked Axis For String Quartet. Tra i più bei viaggi sonori mai prodotti dal genere umano.
E concludiamo, per non lasciare l’amaro in bocca, con la famosa e bellissima versione Live acoustic Unplugged in New York di “Come as you are” (qui con HD):