Il triangolo sì: Robin Guthrie, Harold Budd e John Foxx

In questa orripilante foto possiamo ammirare, a partire da sinistra: 1) Robin Guthrie, co-fondatore dei Cocteau Twins; 2) Harold Budd, compositore; 3) un russo ubriaco vestito peggio di Paolo Limiti, non meglio identificato; 4) John Foxx, ex leader degli Ultravox

L’articolo si concentrerà però su soltanto tre di questi quattro. Chi sarà l’escluso?

Scopritelo.

Ménage à trois è un’espressione francese indicante una relazione, non necessariamente di natura sessuale, ma in ogni caso di tipo sentimentale, fra tre persone (wiki). E se queste tre persone sono John Foxx, Harold Budd e Robin Guthrie le cose si fanno parecchio interessanti, non trovate?

John era, come molti sapranno, l’anima originaria degli Ultravox, i primi, quelli col ! alla fine del nome, messo lì per citare (ed imitare) i mostri tedeschi Neu! le cui sonorità, mischiate al Bowie berlinese e non e ai Kraftwerk davano base al loro post-punk. In effetti tra i primi new-wavers in circolazione.

Ma andiamo avanti: ad un certo punto John si annoia, lascia gli Ultravox, che proprio allora faranno il botto guidati da Midge Ure, e pubblica qualche album da solista, quasi tutti fiaschi assoluti, poi scompare (classica parabola verso l’oblio si pensava, ed invece…)

Harold Budd è un personaggio assai riservato, non è che si sappia molto di lui, comunque è un diplomato in composizione fin dagli anni ’60 e citando sempre wiki “crebbe nel deserto del Mojave e fu ispirato in giovane età dal rumore generato dal soffiare del vento attraverso i cavi del telefono”; mica noccioline!

Diventa famoso grazie all’onnipresente Brian Eno che gli produce con la Obscure un album davvero bello, dove potete trovare la migliore musica per addormentarsi come infanti dopo il biberon.

Da li in poi diventa il maestro riconosciuto dell’ambient più “classica”. Da segnalare un altro suo album magnifico, del 2004, simpatica boutade, in quanto doveva essere il disco con il quale il maestro annunciava la sua uscita di scena, cosa che poi non avverrà. Tra i massimi album ambient di sempre.

Robin Guthrie è tra i membri fondatori dei Cocteau Twins, e non so voi, ma solo per questo la meriterebbe una statua in un qualche paese in via di sviluppo. Alfieri di quello che chiameranno dream-pop, negli anni ’80 erano davvero forti, e già lì un primo contatto col maestro Budd.

Gli incontri:

Dicevamo dell’oblio di Foxx, dal quale incredibilmente l’ex-cyborg new-wave uscì nel 1997 per amore dell’ambient music più gotica-gregoriana (per intenderci, quella che fece la fortuna, pochi anni prima, di Jan Garbarek). L’album che segna il suo ritorno si chiama Cathedral Oceans.

In realtà la sua parte robotica John non l’abbandonerà affatto, e come un moderno dr. jakyll/mr. hide da qui in poi continuerà ad approfondire queste sue due anime con risultati mai raggiunti neppure con gli Ultravox! Ma tornando a ciò che ci interessa, è del 2003 l’incontro tra Foxx e Budd, così prolifico da generare due album pubblicati nello stesso anno: Translucence e Drift Music. L’ambient più pura che potete immaginare.

Diciamocelo, da lacrimoni:

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Harold Budd & John Foxx - You Again

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Harold Budd & John Foxx - Underwater Flowers

Il Maestro Budd invece ri-incontrerà il geniaccio Guthrie per la realizzazione di una colonna sonora; è il 2005, il film è Mysterious Skin.

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Robin Guthrie & Harold Budd - Neil’s Theme

Nel 2009 il triangolo si completa con l’uscita di Mirrorball, album a nome Foxx/Guthrie. Un viaggio in altri mondi, ma forse sarebbe meglio dire nelle profondità oceaniche:


[e con questo post diamo il benvenuto all'amico mckenzie]

Hayvanlar Alemi – Yekermo Sew

Cover psichedelica dei turchi Hayvanlar Alemi di un grande classico di Re Mulatu.

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Hayvanlar Alemi – Yekermo Sew

Stelios Kazantzidis / Στέλιος Καζαντζίδης

Da ascoltare non meno di dieci volte di seguito. Al giorno. Qui il testo.

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Stelios Kazantzidis – Efige Efige

Dedicata alla memoria di Frank. Volevi fare la cosa giusta, non ti dimenticheremo.

E si veda anche Το ψωμί της Ξενιτιάς.

Stati mentali senza confini

Qualche tempo fa parlando del disco Songs from Kadebostany scrissi che non si trattava di uno stato con la esse maiuscola ma di uno stato mentale dell’autore, una musica nazionale di se stesso. Ma ancora non ero venuto a conoscenza dell’attività dell’ungherese László Hortobágyi, che da qualche decennio fa dischi che, se proprio volete un’etichetta, possiamo definire di etnofusion, anche se a me piace di più definirle musiche tradizionali del suo cervello. Uno dei suoi dischi si chiama “Traditional music of Amigdala”, e l’amigdala, come saprete, non è un paese ma la parte del cervello che gestisce le emozioni. Hortobágyi dunque è forse il primo che si è messo a suonare le musiche tradizionali di paesi che non esistono se non nella sua immaginazione musicale.

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László Hortobágyi - Anagatha

Nel 1967 Hortobágyi, come molti altri in quell’anno, va per la prima volta in India, registra suoni, voci e in particolare strumenti. Studia a fondo sitar, tabla, surbahar (in pratica il basso sitar, bellissimo suono) e la rudra vina. Nel 1980 fonda la società musicale “Gāyan Uttejak Mandal”, continuando ad approfondire la conoscenza delle musiche tradizionali, in particolare quelle indiane e islamiche, senza disdegnare i cori russi. Da solo, e con la Gaya Uttejak Orchestra (nel sito abbondano audio e video), fonde tutto questo con l’elettronica e i campionatori e il risultato sono una serie di dischi oscuri, tra la world- music e la new-age più dark e inquietante, che a volte sfiorano il kitsch – rischio prevedibile e inevitabile – ma che restano comunque unici e ammalianti.

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László Hortobágyi - Ayin Al Qaib

Si tratta di un genere di musica che davvero mette a dura prova anche orecchie pronte a tutto come le nostre. Esattamente in quale disposizione d’animo bisogna essere per ascoltare un disco intero di László Hortobágyi? Non saprei.  Alcuni titoli consigliati, se volete provare davvero qualcosa di diverso, oltre al già citato “Traditional music of Amigdala” (1991), sono ”Ritual Music Of Fomal Hoot Al-Ganoubî” (1994), “6th All-India Music Conference” (1995) e “Songs From Hungisthán” (1996). Ce ne sono molti altri – e tutti con copertine bellissime – ma ancora non li ho sentiti.

L’idea di musica tradizionale globale (o quasi) mi ha ricordato Jon Hassell, che già alla fine degli anni 70 aveva iniziato a trafficare con trombe, strumenti tradizionali e sintetizzatori e a fondere tecniche orientali, minimalismo, elettronica e jazz, con l’intuizione di una musica del quarto mondo, che sarebbe la somma del terzo mondo con il primo. Occidente più India e Asia, ma non solo, ad esempio anche Africa. Una bella testimonianza dell’assenza di confini di Jon Hassell è questo video, un’esibizione con i Farafina, un gruppo del Burkina Faso con cui ha inciso il disco “Flash of the spirit” (1988):


Trombettista, collaboratore di Terry Riley e LaMonte Young e allievo di Pandit Pran Nath, Hassell applicò le tecniche dei raga alla sua tromba jazz, con risultati magici e innovativi, in dischi come il primo capolavoro “Vernal Equinox” (1977), “Dream Theory in Malaya” (1980) (il mio preferito), “Aka-Darbari-Java: Magic Realism” (1983) e “Possible Musics Fourth World” (1980) con Brian Eno, che poi si servirà dell’esperienza per il citatissimo e in qualche modo epocale “My Life In The Bush Of Ghosts” (1981) con David Byrne. Oltretutto, la tromba che sentite in Houses in Motion dei Talking Heads è proprio quella di Jon Hassell.

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Jon Hassell – Dream Theory

Sempre di India e sempre di viaggi fisici ma soprattutto mentali si può parlare a proposito di Ghédalia Tazartès e del suo ultimo disco. Se conoscete Ghédalia Tazartès e sapete scrivere il suo nome con gli accenti giusti senza doverlo cercare su Google, sapete anche che è uno di quelli che, almeno musicalmente, sembrano provenire proprio da un altro mondo. Ed è per questo che ci piace tanto. E’ musica etnica, ma di quale etnia esattamente? World-music, ma di quale world?

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Ghédalia Tazartès – Dire

Ma stavolta, per questo suo nuovo viaggio, abbiamo dei confini precisi, più o meno. Si tratta in realtà di due viaggi, compiuti da Ghédalia in Kerala, nell’India meridionale, il cui risultato è Coda Lunga, cd più dvd con le immagini registrate nel 1995. Ma non aspettatevi niente di particolarmente “indiano”, come già detto è soprattutto un viaggio dentro la sua testa. E se ogni disco di Ghédalia Tazartès è un viaggio (basta ascoltarli o anche solo leggere i titoli nella sua discografia) questo lo è più di ogni altro. Meraviglioso e assolutamente consigliato se volete viaggiare e trascendere generi e confini, attraverso culture, tradizioni e stati mentali.

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Ghédalia Tazartès – Shy

Come dice Ben Frost: “We love you Michael Gira”

Email a finegarten:

“Ma quanto è complesso da 1 a 10 The Seer degli Swans? Cioè, io lo riascolto e non riesco a capirci niente! Non è il fatto di mettere troppa carne a fuoco e proprio l’atteggiamento musicale che viene intriso di una libertà inusitata. Non esiste un fine o un punto di partenza, è tutto buttato nel flusso. Davvero non ci capisco niente. Chiedo aiuto, però tutto sommato credo che nessuno me lo possa dare”.

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The Swans – A Piece of the Sky

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Hermann Kopp: Haunting sounds for extreme visions

Se non vi ricordate Nekromantik forse è meglio per voi, e lo dico da appassionato di cinema horror. Film artigianale, eccessivo, dal fascino maledetto. Rivederlo oggi è difficile come ieri – non solo per le scene disturbanti: è anche un po’ noioso – ma la cosa migliore è sempre stata la colonna sonora. E quella era di Hermann Kopp, violinista e sperimentatore elettronico che riassume bene la sua arte con l’immagine che vedete qua sopra: è un po’ il suo biglietto da visita, e infatti viene dalla prima pagina del suo sito.

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Hermann Kopp – Poison

Elettronica, sintetizzatori, ma soprattutto il violino, dal suono a volte delicato, a volte angosciante e ossessivo.

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Hermann Kopp – Supper

Questi due pezzi vengono dalla raccolta Necronology, che contiene le musiche della colonna sonora di Nekromantik, e riassumono bene l’atmosfera malata del film. Il mio pezzo preferito di Hermann Kopp però viene da un apparentemente trascurabile EP, Cerveau D’Enfant del 2010. Per me, sublime.

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Hermann Kopp - Oedipe-Enfant

Ma Hermann Kopp sarebbe rimasto semplicemente “quello delle musiche di Nekromantik”, se non fosse che nel 2008 ha fatto un cupo e bellissimo disco, Under a Demon’s Mask. Qualcuno ha avuto l’idea di associare uno dei pezzi più belli del disco con le immagini del Settimo Sigillo. E che dire, funziona a meraviglia. Che la morte sia con voi.


(E a proposito di vecchi film abbinati a nuovi dischi: mi segnalano che la nostra idea di associare Gnaw Their Tongues a L’Inferno del 1911 ha ispirato anche qualcun altro…)