Sul rumore. E sulla musica.
Ho sempre pensato che le persone che fanno uso smodato di parole e del linguaggio verbale, o, più semplicemente, sono immerse a tempo pieno in uno scenario costellato dal cosiddetto dialogo interpersonale, siano manchevoli di musica e di musicalità.
Il senso dell’udito non ipostatizza la dimensione dell’esterno corporale, perchè ogni suono e rumore è trattato come un ‘corpo’ carico delle conseguenze ambientali. In breve, nella dimensione uditivo-sonora la soglia relazionale con il suo carico di minaccia e promessa che assegna prospettiva futura al presente, si imprime il grimaldello che l’uomo, nel pieno dell’antropocentrismo, ha utilizzato per suscitare la massima eccitazione del senso. La musicalità, così, trova la sua espressione nella creazione fittizia dell’evento, nell’eccitamento derivante dal carico esperienziale delle conseguenze dei suoni, dell’indicizzazione ed ostensione dei rumori uditi.
Se oggi gruppi di persone possono godere di un’orgia emotiva negli spettacoli musicali è perché l’ambiente pone l’organismo in uno stato di reazione, ove però nessun rumore freddo e secco indica diretta pericolosità nell’ambiente circostante, nessun languido suono è segno che una donna precedentemente amata è affianco a noi, nessun frenetico martellamento ritmico è l’anticipazione di un gregge infuriato di bisonti.
Due segnalazioni simpatiche e goderecce.
La prima riguarda una performance televisiva del ’60 del caro John Cage (si ricorda che il sottoscritto è disposto ad atti irragionevoli pur di vedere la puntata di Lascia o raddoppia ove Cage andò ospite):
http://blog.wfmu.org/freeform/2007/04/john_cage_on_a_.html
La lettura della voce wiki (capitolo Silenzio) forse può giovare: http://it.wikipedia.org/wiki/John_Cage
Per la seconda segnalazione mi avvalgo del più bieco e pedissequo copia e incolla dal buon Giavasan:
Agli inizi degli anni ‘60 Steve Reich, uno dei pionieri del minimalismo, mette contemporaneamente in play due nastri con uno stesso loop musicale su due macchine diverse, e a causa delle velocità di riproduzione non perfettamente sincronizzate ottiene un effetto di sfasamento ritmico che cicla nel tempo. Qualche anno dopo, ispirandosi allo stesso concetto, Reich scrive “Piano Phase”, una composizione per due pianoforti in cui gli esecutori ripetono ad oltranza una rapida figura melodica di dodici note, con l’accorgimento di eseguirla a velocità leggermente diverse, in modo da ottenere gli stessi effetti di battimento ritmico dell’esperimento con i nastri. Arriviamo infine all’ottobre del 2006, quando il compositore e polistrumentista Peter Aidu decide di eseguire “Piano Phase” in maniera letteralmente unica, e cioè suonando contemporaneamente le due parti del brano su due diversi pianoforti. Su top-40.org c’è un estratto video di cinque minuti della performance che documenta l’enorme sforzo di concentrazione richiesto da Aidu, e se volete è anche possibile scaricare l’intero brano in qualità CD.








E’ fenomenale l’idea, così come metà della produzione di Steve Reich, meno l’esecuzione. Tutti i pianisti suonano con le due mani due linee melodiche diverse. Cancellata la necessità di andare a tempo, basta lasciare all’inerzia della mano sinistra (o di quella destra nel caso di un mancino) che pian piano suonerà più lenta (se ci fai caso le mani iniziano a suonare in sincrono, poi una inizia a rallentare e alla fine del video si concentra sulla sua mano sinistra che alla lunga inizia a cedere). Sembra che il pianista stia compiendo uno sforzo ma il suo unico scopo è quello di non deconcentrarsi per non perdere il ritmo (dato che non deve leggere uno spartito perchè le note sono sempre le stesse). Un buon direttore d’orchestra è anche in grado di battere con una mano un 4/4 e con l’altra un 3/4 oppure un tempo semplice (divisibile per 2) insieme ad un tempo composto (divisibile per 3).
e questa meraviglia l’avete vista?
http://www.youtube.com/watch?v=pVadl4ocX0M
tra l’altro http://www.youtube.com/watch?v=_pY08e_tdtA&NR=1