36 – Hollow

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36. Si, 36. Si era distinto col suo primo album, Hypersona, e ricordo in particolar modo Inside, soprattutto perchè era ed è un album totalmente gratis, scaricabile e masterizzabile liberamente, oppure aggiungendo pochi dollari ti arriva a casa addirittura il digipak. Sto tipo o è parente a Tronchetti Provera, o la mamma l’avrà cacciato di casa.
Oggi torna alla piccola ribalta di nicchia con Hollow, che io ritengo a tratti anche meglio del precedente. La sua musica è essenzialmente e semplicemente ambient, violentemente oltraggiato dalla sua struggente melanconia di fondo. Per certi versi si avvicina a Loscil (dilatazioni), per altri a William Basinski (piccoli e frammentari loop). Ma qualcuno più politicamente corretto metterà sicuramente in mezzo anche Eluvium, Stars of the Lid e compagnia cantanti.

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36 – Geiga

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36 – Equassa

Album a cerchio: Flying Lotus, Broken Bells, Caribou

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Flying Lotus con Cosmogramma, il ritorno era atteso da molti e infatti sconta un pò l’ansia che vi si è creata intorno. FlyLo, amico del Dio del mashup Gonjasufi come testimonia questa foto votiva, inchiavica un intero cd con i suoi campioni preferiti, con martellanti pulsazioni, percussioni da autoradio sfondato e linee di basso talvolta prepotenti. C’è anche una collaborazione con Thom Yorke. L’impressione totale è che sia un lavoro abbastanza disomogeneo per come ci aveva abituato, come il pavimento dove lavorava Pollock, ma l’album, e lo si sospettava, regala varie gemme preziose che ognuno apprezzerà di meno o di più in relazione alla propria sensibilità lotussiana.

Chicca: Flying Lotus che si esalta mentre suona Archangel di Burial. Inoltre, anche lui ama ed ha amato J Dilla.

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Flying Lotus – Zodiac Shit

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Flying Lotus – Computer Face / Pure Being

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Flying Lotus – Galaxy in Janaki

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Non è semplice digerire questi Broken Bells, non tanto perchè producano musica ostica, ma perchè sono indie, ma sfacciatamente indie, ma schifosamente indie. Cioè, non hanno neanche avuto l’accortezza di modificare un pò la voce, non usare sonorità finto-alternative prodotte con strumenti a basso costo ed improbabili, di arginare quelle cazzo di pianole, di sostituire un coro con delle urla, di accasciarsi con qualche guizzo elettronico tipo di primi Portugal The Man. No, nulla di tutto ciò è stato fatto. Quindi non rimane che provare ad ascoltarli credendo siano vissuti 40 anni fa. Può funzionare.

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Broken Bells – The High Road

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Broken Bells – October

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Terminiamo la segnalazione di questi tre dischi 2010, con la copertina all’insegna del cerchio, con un più che piacevolissimo ritorno alla grande di Caribou.
Non so perchè, ma ogni volta che apprezzo molto un artista e, nel caso di specie, la sua musica, vado spedito a guardare le foto o perlomeno come si presenta in pubblico. Caribou, dalla moltitudine di foto che si trovano su di lui, si presenta con la faccia decorosa e presentabile ma anche (come direbbe Veltroni) con quella nerd, stramba e killer anni 70. Si, perchè non posso nascondervi che io trovo qualche somiglianza con un famigerato poco raccomandabile. Malgrado una delle canzoni dell’album di intitoli Hannibal, lui è un buono, e ci fa star bene.
Alcuni vedono in Swim una sua svolta musicale, perchè le canzoni sono più ballabili, più ritmate, ipnotiche come non mai e sopratutto, come anche lui sostiene, gravide di pura composizione elettronica. Insomma, senza dilungarsi inutilmente, possibile album dell’anno. Speriamo che duri negli ascolti e non sia solo abbaglio.

p.s. “Jamelia”, la traccia conclusiva dell’album, per chi scrive, è sopra tutto e tutti.

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Caribou – Odessa

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Caribou – Leave House

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Caribou – Jamelia

Flunk – This Is What You Get

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Anche se non ci siamo mai pronunciati sui Flunk, il sottoscritto è da sempre un loro ascoltatore assiduo. Possiedono visibili stilemi nel loro comporre musica, così come un suono altamente distinguibile (per gli etichettatori, dovrebbe essere una sorta di chillout, folk, trip-hop o giù di lì) che lascia un sapore malinconico e di terre lontane. Per certi versi, il tappeto elettronico che sovente si ascolta, ricorda talvolta Four Tet. Mentre l’aura “ethereal” personalmente la associo ai Trespassers William.
Fa il suo sporco lavoro anche la bellissima voce della vocalist Anja Oyen Vister, che riesce a non cadere di tono anche nelle sue performance live.

Nel caso di specie, questo ultimo album sembra essersi distaccato da quei ritmi ambientali ripetuti o versi continui di chitarra acustica. Ma sono sempre loro, garantito al limone. Non mi stupirebbe se prima o poi qualche direzione cinematografica adottasse le loro canzoni come colonna sonora.
L’ultima traccia è una cover di Karma Police dei Radiohead.