I due migliori concerti dell’estate: Speed Caravan e Mulatu Astatke

Sarà che sono diventato estremamente selettivo, o se preferite uno stronzo misantropo e accidioso, comunque ormai vado a pochi/pochissimi concerti, tanto che i due migliori di questa estate sono anche gli unici due a cui ho assistito, entrambi dietro casa, nel giro di 48 ore.

Speed Caravan a Nurachi, 2 agosto 2011

Speed+Caravan+sc2 I due migliori concerti dellestate: Speed Caravan e Mulatu Astatke

Quasi visto due anni fa, ascoltato spesso in questi due anni, finalmente sono riuscito a intercettare Speed Caravan, il progetto del mago dell’oud Mehdi Hadda, psichedelico, travolgente, indefinibile. E’ come se i Motorhead facessero dance araba. A un certo punto del concerto ha introdotto un pezzo dicendo che andava fatto “forte e veloce”, e ditemi voi se non vi ricorda qualcuno. Melodie ipnotiche che per comodità definiamo arabeggianti a cui però viene dato fuoco elettrico e amplificato, su imprevedibili basi dance: molto forte, molto veloce, MOLTO BELLO. Come sospettavo è musica che su cd o su youtube rende meno di un decimo di quanto rende dal vivo. Immancabile nel finale la cover di Galvanize e una Dady Lolo destrutturata e irriconoscibile, molto bella. Essere selettivi premia.

Mulatu Astatke a Oristano, 4 agosto 2011

Mulatu+Astatke I due migliori concerti dellestate: Speed Caravan e Mulatu Astatke

Confesso, questo post ha richiesto più stesure, dato che nelle prime sembravo Paolo Brosio che parla della Madonna di Medjugorje. L’entusiasmo post-concerto può essere molto imbarazzante, per quanto, in questo caso, assolutamente motivato, dato che quello di Mulatu Astatke non è stato solo il concerto più bello di quest’estate e di quest’anno, ma anche uno dei più belli di sempre. E dico davvero. Scoprire musica così (anche se l’avevo già sentito in passato, ma non mi aveva sconvolto: com’è possibile?) e scoprirla dal vivo, diciamo in carne ed ossa e luci colorate, è stata un’esperienza psico-fisica di cui fare scorta per i mesi invernali. Sul palco Re Mulatu e sette musicisti uno-più-bravo-dell’altro. E voglio scrivere anche i loro nomi perchè se lo meritano: Byron Wallen, James Arben, Danny Keane, Alex Hawkins, John Edwards, Tom Skinner, Richard Olatunde Baker. Ma giustamente qualcuno potrebbe chiedersi chi è Mulatu. Dunque.


Etiope, ha studiato e vissuto a Londra, New York e Boston, dove è stato il primo studente africano al Berklee college of music. Polistrumentista, specializzato in vibrafono, piano e conga, è conosciuto come “godfather of ethio-jazz”, che sarebbe jazz però con elementi della musica popolare etiope, ritmi latini, venature psichedeliche, melodie malinconiche e stregate. E cioè? Appunto. Durante il concerto ogni tanto capitava di sentire qualche suono che non si capiva che suono fosse e soprattutto da dove provenisse. E in quel momento, a bocca aperta, alla ricerca di una spiegazione, guardavo Mulatu che non suonava ma dirigeva gli altri musicisti con espressioni di soddisfazione e godimento. Ogni tanto poi attendeva un suono e quando il suono arrivava Mulatu annuiva convinto e soddisfatto, come a dire: “Perfetto, lo volevo esattamente lì, esattamente così”. E’ l’ethio- jazz. Lui sa cos’è.


Quali dischi comprare? Cominciamo col dire che il disco Mulatu of Ethiopia, anno 1977, porta il marchio dell’Ethiopia Airlines ed è stata la colonna sonora ufficiale in aerei e aeroporti etiopi. Ma probabilmente Mulatu sarebbe rimasto una leggenda per pochi esperti di giàs, se non fosse stato riscoperto qualche anno fa grazie alla colonna sonora del film Broken Flowers di Jim Jarmusch – inutile negarlo, è per questo che noi lo conosciamo – dove tre dei suoi brani più belli e ipnotici venivano ripetuti più volte. Qualche anno dopo poi è arrivato il disco che ha conquistato i cuori di tutti, quello con gli Heliocentrics, Inspiration Information, consigliatissimo.


Ma il disco fondamentale da avere e consumare è senza dubbio Éthiopiques, Vol. 4: Ethio Jazz & Musique Instrumentale, antologia del periodo 1969/1974. Fondamentale perchè contiene tutti i classici. Nel 2010 poi è uscito l’ultimo Mulatu Steps Ahead, di cui su internet gira una versione promo con la voce di Mulatu che interviene durante i pezzi, introducendoli o sovrapponendosi con frasi tipo “Questo è Mulatu Astatke, e voi state ascoltando il mio nuovo album”. L’idea della casa discografica era di inserire un elemento di disturbo in modo da scoraggiare la pirateria, dato che il feticista della musica, e in particolare quello del giàs, come prima cosa nella sua vita mette la qualità dell’ascolto. Prima di tutto, anche prima della salute della mamma e dei figli. Peccato però che questa versione, come ha giustamente notato qualcun altro prima di me, ha finito per impreziosire il disco, con la voce calda di Mulatu che sembra quella di un dj di una radio blaxploitation, praticamente perfetto. Quindi il consiglio è di acquistare il disco originale, ok, ma anche di scaricare la copia promo con la voce di Mulatu. E insomma mi sembra di aver detto tutto, forse anche troppo. Ah, qui alcuni video dello storico concerto.


Nota: Entrambi i concerti facevano parte del Dromos Festival, bellissimo festival di musica bellissima, quasi sempre dietro casa mia, che diventa ancora più bello quando offre prezzi, diciamo così, “popolari”. Comunque ringrazio di cuore gli organizzatori per le ottime scelte. L’anno prossimo magari portatemi dietro casa anche Omar Souleyman e i Group Bombino, così mi farete ancora più felice.

Altra nota: se fra chi legge c’è qualcuno che usa Wikipedia, vi prego, cambiate l’orribile foto che campeggia nella pagina dedicata a Mulatu. 

Pat Metheny e il musicista nell’era della sua riproducibilità tecnica

bws Pat Metheny e il musicista nellera della sua riproducibilità tecnica
Concerto di Pat Metheny a Bari per il suo Orchestrion Tour. La delegazione pugliese di Guylum Bardot (il sottoscritto) c’era e ha assistito all’esibizione del celeberrimo chitarrista jazz, accompagnato da un’orchestra di svariati elementi, dei quali nessuno umano.

Ma andiamo con ordine: il concerto si è aperto con un paio di pezzi per chitarra classica, sempre motivo di grande sollazzo per il nervo acustico, per poi passare a “The Sound of Water” eseguita con la famosa Pikasso Guitar, che ha fatto andare in orbita il livello totale di endorfine del teatro.

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Pat Metheny – The Sound of Water

A circa mezz’ora dall’inizio, ecco la roba pesante: i teli rossi che fino ad allora avevano fatto da sfondo per il Capellone Nostro si alzano e svelano l’attrattiva della serata, un carrozzone pieno di strumenti di accompagnamento (due pianoforti, un vibrafono, due chitarre, infinite percussioni, fiati e chincaglierie varie) che verranno poi suonati da un computer. Non sintetizzatori e campioni, ma solenoidi e meccanismi pneumatici. Per le successive due ore, insomma, sembrava di guardare una versione jazz-fusion di Monkey Drummer, beatamente ambientata nella uncanny valley. Grandiosi e folli poi i vari momenti di duetto, in cui Metheny si alternava di volta in volta con un diverso strumento/robot suscitando fra gli spettatori diversi “WTF?” compiaciuti.
E a un certo punto, quando credevamo di aver visto tutto, ecco il colpo di grazia: Pat inforca la sua chitarra e con essa suona altri strumenti: il pianoforte, il vibrafono, le percussioni, un’altra chitarra, costruendo progressivamente per overdub la base sui cui poi improvvisare. La reazione del pubblico al termine della sessione è stata – come dire – devastante, ed era prevedibile.
Sul finale di serata, tanto per gradire, un altro dei suoi assi nella manica: la mitica Roland GR300, sempre accompagnata dall’orchestra robot, che ha teletrasportato tutti quanti in un meraviglioso delirio MIDI d’altri tempi.

Ma oltre tutti questi gingilli strumentali, al di là dell’apparato scenografico e dell’intelligenza artificiale, c’era la musica. Sulla qualità della musica in sé non mi pare sia il caso di dilungarsi troppo, mi basterà dire: Pat Metheny, cazzo.

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Pat Metheny – Orchestrion Improvisation

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Pat Metheny – Sueño Con Mexico

Per concludere, le note negative della serata, e cioè: 1) il tizio dietro di me che continuava a tenere il tempo sulle sue gambe nonostante i ripetuti improperi della di lui fidanzata (“hai cacato il cazzo”, cit.) e 2) un improvviso effetto Larsen che ha obbligato il Pat a concludere prematuramente un brano, ma che io ho comunque apprezzato come lampo noise in un concerto già perfetto. Il resto del pubblico non pareva essere del mio stesso avviso.

(“Orchestrion” è disponibile anche come album registrato in studio, ma è scontato sottolineare come non renda affatto giustizia a ciò che è avvenuto ieri sera. Va un po’ meglio con questo bootleg dal quale sono tratti i brani inseriti qui, ma sia sempre maledetto nei secoli dei secoli chiunque registri in FLAC.)

Hitler in my head, quando i nazi erano swwwing

nazi song dance big1 Hitler in my head, quando i nazi erano swwwing

In Musicofilia, bellissimo libro dedicato a musica & problemi neurologici, il grande Oliver Sacks racconta la storia del signor Mamlok, un vecchio signore ebreo che a un certo punto della sua vita, 60 anni dopo la seconda guerra mondiale, iniziò a sentire nella sua testa marce ed inni nazisti. Ma non come può capitare a noi comuni mortali,  sfortunatamente sprovvisti di queste bizzarrie neurologiche, quando semplicemente evochiamo una canzone con la nostra immaginazione musicale. Il signor Momlak sentiva le marce naziste complete in ogni minimo dettaglio, contro la sua volontà e a volume molto alto. La cosa naturalmente gli provocava fastidio, dato che aveva vissuto in Germania, ad Amburgo, nel periodo della hitlerjugend e quelle canzoni naziste gli evocavano brutti ricordi. In questo caso di allucinazione musicale – come in molti altri raccontati da Sacks – opporsi è praticamente inutile e la via migliore sembra quella di adattarsi. Il signor Mamlok infatti in seguito dichiarò che aveva imparato a conviverci, anche se ora – per sua fortuna – in testa sentiva Tchaikovsky e non più la propaganda nazista. Ma la sua storia mi ha fatto pensare al glorioso periodo dello swing nazista.

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Charlie and His Orchestra – I’m Sending You The Siegried Line

charlie 298x300 Hitler in my head, quando i nazi erano swwwingNegli anni 30 i nazisti cercavano in tutti i modi di fermare la musica jazz e swing, principalmente perché fatta da americani, in particolare da americani negri (si veda in proposito la celebre locandina entartete musik – musica per degenerati – e notare la combinazione negrone-jazz-stella di david). Ma la musica, come ha imparato anche il signor Mamlok, se ne frega della volontà umana ed è difficile da fermare. A quel punto allora herr doktor Joseph Goebbels decise almeno si sfruttare la cosa in favore del Reich. Se proprio doveva essere musica che entrava nella testa della gente, che almeno ci entrasse con i messaggi giusti! (Hitler è ok, ebrei morite tutti, ecc. in proposito si veda questo video.)

Si formò così la swing band Charlie and His Orchestra, capitanata da Karl Schwendler, misterioso personaggio la cui vera storia forse è ancora da scrivere. Era swing a tutti gli effetti, di quel genere che andava di moda in quel periodo, anche se nei testi venivano inseriti messaggi di propaganda pro-nazi e contro americani ed ebrei, spesso modificando leggermente parole di classici come quelli di Louis Armstrong (qui ad es. la versione nazi-swing di “I double dare you”, qui l’originale). Naturalmente, trattandosi di canzoni cantate in inglese, non potevano girare liberamente in Germania – anche se sembra che abbiano avuto comunque un successo underground – ed erano dirette agli “stranieri” (ad esempio secondo la leggenda Churchill le trovava molto divertenti).

Tutti gli mp3 scaricabili di Charlie and His Orchestra si trovano in questi due post di Wmfu. Ah, se qualcuno per caso trovasse questo film sulla vicenda – e avesse la bontà di condividerlo – farebbe cosa buona e giusta.

(e oltre che in testa può capitare anche di trovare Hitler nel proprio cuore, come racconta Antony in questa canzone – una delle poche sue che ho amato)

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Antony and the Johnson – Hitler in my heart

Jazz Mash Swing Bash

bella playlist – messa insieme dal solito RIAA – di vecchi canoni swing mashuppati con brani moderni rock/pop/r’n'b/techno

11 cose sull’European Jazz Expo Festival

JazzHandsCat2 11 cose sullEuropean Jazz Expo Festival
sono stato al jazz expo 2009 di cagliari, non ho visto marcus miller ma ho comunque sentito un po’ di musica, quindi ecco le mie considerazioni in un comodo elenco numerato. il post contiene anche mp3, gossip, misteri e Petra Magoni nuda. jazz hands!

(continua…)