E’ la terza volta che mi capita! Scopro un gruppetto nuovo che mi piace, controllo se ci sono concerti in città. Risultato: o c’è stato l’altro ieri, o ieri, o adesso ma te non fai più in tempo. E porca di quella puttana zoccola allora!
Ad esempio questi Metronomy l’ho scoperti circa dieci minuti fa, però già due o tre canzoni del loro album sono entrate di prepotenza nella capoccia. Da quel che ho potuto sentire sono Pop, usano tastierine del cazzo, e c’è un nero tra loro. Quindi i presupposti per ascoltarli ci sono. A questo punto però non so cosa mi rimane da dire, se non Porca di quella puttana zoccola!
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Metronomy – She Wants
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A un certo punto della sua vita Mino Reitano, probabilmente in cerca di una rinnovata fama, tentò la strada dell’autoironia con alcune ingenue partecipazioni televisive che lo trasformarono in macchietta comica. Oltre alle sempre più folli interpretazioni di “Italia”, il suo cavallo di battaglia, ricordiamo anche la mitologica cover di “Basket Case” dei Green Day al Costanzo Show, ma soprattutto l’inquietante cover di “Final Countdown” degli Europe. Chiunque abbia mai visto quelle terrificanti immagini, anche una volta sola, anche solo di sfuggita, se le ricorda ancora come un incubo indelebile: Mino Reitano vestito da pilota militare, appeso al soffitto, che si sbraccia e urla circondato da ballerini, luci da discoteca e pubblico in delirio. Se mai ci sarà un golpe militare firmato Mediaset, sappiate che sarà così.
Le sue intenzioni erano senza dubbio ironiche e ingenue, eppure i risultati di questi esperimenti post-moderni (che forse un giorno qualcuno rivaluterà, chissà) sono sotto gli occhi di tutti: e sono tristi e squallidi, certamente non all’altezza del Reitano dei tempi d’oro. Si riprese poi nel 2002, a San Remo, con la dignitosa e sanremissima “La mia canzone”, dimostrando che sapeva ancora essere pop – proprio nel senso di popolare – senza per forza doversi mascherare da pupazzo acido del Ministero della Propaganda di Cologno Monzese. La canzone era perfettamente anni 50/60, quindi adatta a San Remo, e Mino fece una bella figura, anche se arrivò agli ultimi posti, giusto prima delle Lollipop.
Ma molto prima delle Lollipop e di queste buffonate televisive, più di trent’anni prima, Mino aveva tirato fuori dalla sua ugola spericolata una cover insolita quanto le altre future, ma – diversamente dalle altre – davvero bella.
Si chiama “Prendi fra le mani la testa” ed è una canzone scritta da Mogol e Battisti, portata al successo da Ricky Maiocchi e in seguito cantata dallo stesso Battisti e anche da Ranieri. Ma queste due ultime versioni non sono nulla in confronto a quella esplosiva e catartica di Reitano del 1969. Nello stile non si discosta molto dall’originale di Maiocchi, ma l’interpretazione è più tesa e disperata, con la voce continuamente sul punto di esplodere in acuti alla Ian Gillan, oltre la soglia della sopportabilità, per un pezzo che potremmo definire quasi hard-rock se non addirittura proto-metal (il pezzo proto-metal per eccellenza, “Helter skelter” dei Beatles, è solo dell’anno prima). Insomma, anche qua si discostava dal suo genere popolare-strappalacrime, quello dell’immigrato con la valigia di cartone, nel tentativo di emulare qualcosa di più “giovane” e rock and roll. Però – a differenza degli sciagurati esperimenti futuri – non solo ci riusciva: ma ci riusciva benissimo, dando maggiore carattere al pezzo e superando con abilità l’originale, grazie a una strana atmosfera di psichedelica disperazione.
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Mino Reitano – Prendi fra le mani la testa
Esiste anche un bel video in bianco e nero con un Reitano stile Swinging London che canta e balla. La versione integrale sembra introvabile, ma se ne possono vedere alcuni secondi in questo video tratto da un programma di Rai Storia (qui la puntata intera dedicata a Reitano). E comunque sì: ho scritto un post così lungo su un solo pezzo di Mino Reitano.
Giorni fa, un certo Ramoncìn, cantante spagnolo, tenta una cover disastrosa di “Come as you are” dei Nirvana. La notte stessa dicono che al cimitero dove giace Kurt Cobain nessuno si è rivoltato dentro la bara, ma solo perchè Kurt aveva assunto eroina per dormire meglio.
Giorni appresso la catastrofica esecuzione, ‘sto Ramoncino si accorge di cosa ha fatto (qui un video dove risponde alle critiche). Non ho ben capito la caratura del personaggio, ma credo sia un cantante e attore abbastanza “pop”, ossia di genere popolare.
Ad ogni modo Kurt Cobain non ha aspettato molto, ed appena si è ridestato ha pubblicato su youtube, questo è quello che si racconta, un video dove lui imita il Ramoncino. Ma, aggiungo io, pur imitandolo, la sua versione è molto meglio di una distanza siderale:
A questo punto, già che ci troviamo nel seminato, mettiamo fine qui, su questo blog, la leggenda o cospirazione che vedrebbe Kurt Cobain non suicida bensì ucciso da non si sa bene chi il 5 Aprile 1994.
Liquido la questione subito ed immediatamente: io non so con sicurezza se Cobain sia morto per suicidio o per colpa di mano altra, ma so di per certo che una fauna ragionevole dovrebbe fidarsi ciecamente di un uomo come Dylan Carlson (leader degli Earth, padre del drone):
mettiamola così: se davvero fossi convinto che Kurt sia stato ucciso, insomma, se pensassi che Courtney o altri fossero coinvolti sarebbero tutti morti adesso. Perchè li avrei uccisi io.
A margine, non so se avete notato che Dylan compone musica proprio con lo stesso stile di come parla.
Ah, quella che si ode prima dell’intervista è Crooked Axis For String Quartet. Tra i più bei viaggi sonori mai prodotti dal genere umano.
E concludiamo, per non lasciare l’amaro in bocca, con la famosa e bellissima versione Live acoustic Unplugged in New York di “Come as you are” (qui con HD):
Ergo Phizmiz, dopo varie performance e diversi e assai variegati esperimenti da solo, con Felix Kubin e con l’ottima People Like Us (quasi tutto liberamente scaricabile, compreso l’incredibile Perpetuum mobile) realizza un album di semplici canzonette tuttaltro che semplici canzonette. C’è lo spirito giocherellone e sperimentale dei lavori mash-up – e quindi gli strani coretti, filastrocche, organetti e rumori vari – ma c’è anche la semplice e irresistibile classe pop che ti costringe a più e più ascolti, soprattutto nei momenti lenti e malinconici e un po’ ubriachi, soprattutto se sei in treno e fuori piove. Ad esempio in pezzi come Shanty o come i due che seguono non si può che alzare le mani in segno di resa.
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Ergo Phizmiz – The Dapper Transvestite
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Ergo Phizmiz – Parrot in the pie
Questo il suo sito. Tra i suoi ultimi esperimenti segnalo Cinemacollages vol 1, raccolta di vari collage di musiche e suoni di film d’animazione russi, Jan Svankmajer, Stanlio e Olio, Bunuel e insomma delirio totale: continua così.
E questo è il video di Late (sempre dallo stesso album, Things to do and make):
A Sufi And A Killer. Come Ten dei cLOUDDEAD, questa meraviglia di Gonjasufi fa parte di quella categoria di album pop che suonano misteriosamente nuovi (casi recenti: MIA o Burial). Non a caso anche questo viene da uno che faceva hip-hop, ma ora è chiaro che fa qualcos’altro, qualcosa di molto bello. Elettronica, musica indiana, spiritual e pop lo-fi, alla luce dei neon del Mojave. Prodotto da Flying Lotus e psichedelico come un istruttore di yoga di Las Vegas, è difficile resistere. Disco dell’anno.
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Gonjasufi – Kowboyz and indians
Damon Albarn mette per un attimo da parte i deliri (da noi apprezzatissimi) in cinese mandarino e tira fuori il migliore album dei Gorillaz. “Plastic Beach” è ricchissimo & straripante, e praticamente ogni pezzo è una potenziale hit. C’è una continua sensazione di già sentito, ma forse perché è una summa di 30 anni di pop e altre cose. Disco dell’anno. Nella foto, Damon Albarn con Ray Davis, purtroppo non presente nell’album dei Gorillaz.
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Gorillaz – On Melancholy Hill
E a proposito, siccome è indubbio che in molti gli siano debitori (Vampire Weekend solo i più recenti), consiglio di ripassare l’intera discografia di quel genio di Paul Simon partendo dal primo album, passando per Graceland e atterrando sul gioiello The Rhythm of the Saints, forse il mio preferito. Sicuramente disco dell’anno. Nella foto, Paul Simon con Michael Jackson.
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Paul Simon – The Obvious Child
E ora qualcosa di completamente diverso. Questa è la sigla del capolavoro Rai “Il segno del comando”, sceneggiato del 1971 magico ed esoterico. E’ una canzone romana scritta da Fiorenzo Fiorentini e ripresa da Romolo Grano. Esistono anche una versione successiva di Lando Fiorini, un po’ più allegrotta e scanzonata, e una cantata dal norvegese Stein Ingebrigtsen, ma io preferisco quella della sigla Rai, con la voce di Nico dei Gabbiani. Nella foto, Nico dei Gabbiani con il papa.
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