Blanck Mass – Blanck Mass

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Ambient epico e spaziale, proprio quello che ci voleva. Condizioni ideali per l’ascolto: notte d’estate, cuffie, solitudine, leggera brezza che entra dalla finestra, screensaver di Windows “Aurora” (è stato un caso ma si è rivelato perfetto) e lettura di uno dei capolavori di Heinlein, Orfani del cielo, dove l’equipaggio di un’astronave, dopo un viaggio che dura da molte generazioni, non sa più di essere all’interno di una nave che vaga nello spazio ma anzi pensa che l’universo intero finisca dove finiscono le pareti, finchè qualcuno non scopre le stelle e capisce che è tutto molto più grande e che forse c’è qualcosa là fuori.

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Blanck Mass – Sundowner

Ah, Blanck Mass è Benjamin John Power, cioè metà Fuck Buttons (e infatti si sente). Segnalo anche il video di Icke’s Struggle.

Flaming Lips & Prefuse 73

Flaming Lips & Prefuse 73′s collaborative EP in streaming. psichedelico.

Houria Ivanan – Llugha N’ Tmazight

ph nora pointcom Houria Ivanan   Llugha N Tmazight

Sono pochi gli album che quando li senti hai l’impressione che vengano attivate aree del cervello normalmente inattive. Questo è uno di quelli. Uno stato di pace perfetto per queste terribili e grigie giornate di vento, pioggia, tempesta e neve (non guardate fuori dalla finestra, è il mio meteo interiore). Houria Ivanan è il primo pseudonimo della cantante berbera, più precisamente della Cabilia, cioè nord Algeria, Nora At Brahim.

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Houria Ivanan – Tghaded Iyi A Weltma

Tghaded Iyi A Weltma è il primo pezzo da sentire, mentre Ataya Lghaci è il pezzo da sentire per ultimo, cioè proprio prima di morire, sperando che le teorie folli di alcuni scienziati pazzi che pensano che l’ultima cosa che senti prima di morire la senti per sempre siano vere.

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Houria Ivanan – Ataya Lghaci

L’album è del 1984 e si può scaricare da qui.

Yura Yura Teikoku

yura yura teikoku – ramenopantaron

Prendi fra le mani la testa

mino Prendi fra le mani la testa

A un certo punto della sua vita Mino Reitano, probabilmente in cerca di una rinnovata fama, tentò la strada dell’autoironia con alcune ingenue partecipazioni televisive che lo trasformarono in macchietta comica. Oltre alle sempre più folli interpretazioni di “Italia”, il suo cavallo di battaglia, ricordiamo anche la mitologica cover di “Basket Case” dei Green Day al Costanzo Show, ma soprattutto l’inquietante cover di “Final Countdown” degli Europe. Chiunque abbia mai visto quelle terrificanti immagini, anche una volta sola, anche solo di sfuggita, se le ricorda ancora come un incubo indelebile: Mino Reitano vestito da pilota militare, appeso al soffitto, che si sbraccia e urla circondato da ballerini, luci da discoteca e pubblico in delirio. Se mai ci sarà un golpe militare firmato Mediaset, sappiate che sarà così.

Le sue intenzioni erano senza dubbio ironiche e ingenue, eppure i risultati di questi esperimenti post-moderni (che forse un giorno qualcuno rivaluterà, chissà) sono sotto gli occhi di tutti: e sono tristi e squallidi, certamente non all’altezza del Reitano dei tempi d’oro. Si riprese poi nel 2002, a San Remo, con la dignitosa e sanremissima “La mia canzone”, dimostrando che sapeva ancora essere pop – proprio nel senso di popolare – senza per forza doversi mascherare da pupazzo acido del Ministero della Propaganda di Cologno Monzese. La canzone era perfettamente anni 50/60, quindi adatta a San Remo, e Mino fece una bella figura, anche se arrivò agli ultimi posti, giusto prima delle Lollipop.

Ma molto prima delle Lollipop e di queste buffonate televisive, più di trent’anni prima, Mino aveva tirato fuori dalla sua ugola spericolata una cover insolita quanto le altre future, ma – diversamente dalle altre – davvero bella.

Si chiama “Prendi fra le mani la testa” ed è una canzone scritta da Mogol e Battisti, portata al successo da Ricky Maiocchi e in seguito cantata dallo stesso Battisti e anche da Ranieri. Ma queste due ultime versioni non sono nulla in confronto a quella esplosiva e catartica di Reitano del 1969. Nello stile non si discosta molto dall’originale di Maiocchi, ma l’interpretazione è più tesa e disperata, con la voce continuamente sul punto di esplodere in acuti alla Ian Gillan, oltre la soglia della sopportabilità, per un pezzo che potremmo definire quasi hard-rock se non addirittura proto-metal (il pezzo proto-metal per eccellenza, “Helter skelter” dei Beatles, è solo dell’anno prima). Insomma, anche qua si discostava dal suo genere popolare-strappalacrime, quello dell’immigrato con la valigia di cartone, nel tentativo di emulare qualcosa di più “giovane” e rock and roll. Però –  a differenza degli sciagurati esperimenti futuri – non solo ci riusciva: ma ci riusciva benissimo, dando maggiore carattere al pezzo e superando con abilità l’originale, grazie a una strana atmosfera di psichedelica disperazione.

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Mino Reitano – Prendi fra le mani la testa

Esiste anche un bel video in bianco e nero con un Reitano stile Swinging London che canta e balla. La versione integrale sembra introvabile, ma se ne possono vedere alcuni secondi in questo video tratto da un programma di Rai Storia (qui la puntata intera dedicata a Reitano). E comunque sì: ho scritto un post così lungo su un solo pezzo di Mino Reitano.