Touch Yello

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tra i più influenti gruppi svizzeri con i baffi al primo posto ci sono sicuramente gli yello. hanno esordito nell’anno mirabilis 1979, per poi continuare con una serie di album dalle atmosfere bizzarre ed eleganti, tra luci basse, baffi e la sensazione che potrebbero saltarti addosso da un momento all’altro e strapparti la giugulare con i denti per poi andare via fischiettando. i primi album erano più sperimentali e post-punk, più vicini allo stile ralph records, etichetta di cui hanno fatto parte, mentre in seguito si sono fatti sempre più dance & synth-pop. gli yello hanno avuto un certo successo con pezzi che tutti hanno sentito almeno una volta come oh yeah oppure the race, tra l’altro recentemente utilizzata come sigla tv. tra i miei preferiti però ci sono tutti quelli del primo e secondo album e pezzi come the evening’s youngjungle bill, i love you (con il memorabile baffo ritmico), bostich, rubberbandman e soprattutto “pinball cha cha cha”, uno dei migliori video degli yello:


ma se pensate che questo sia l’ennesimo noioso post di guylum bardot su qualche straordinario gruppo di 30 anni fa morto e sepolto, vi sbagliate. infatti la notizia è che gli yello sono ancora vivi ed è appena uscito il loro nuovo album,”touch yello”, dove c’è anche una nuova versione – pressochè identica alla prima – di “bostich”, mentre per il resto si tratta di pop e funk non sorprendente ma sempre di classe. questo il sito ufficiale degli yello. l’altra notizia è che hanno smesso con i video colorati e sono passati al bianco e nero. ma yello is the color, come diceva donovan.

Spirocheta Pergoli (tanto per)

spirocheta1 Spirocheta Pergoli (tanto per)

Da riascoltare assolutamente questo “Fuzzi Bugsi Tumpa Il Bongo!”, 12” degli Spirocheta Pergoli, curioso gruppo dada/wave/sperimentale (facevo prima a dire Residents?) di inizio anni ‘80. Fra le sue file annoverava l’artista/disegnatore/illustratore Massimo Giacon (qualcosa per la mitica “Frigidaire”, fra gli altri), Enrico Friso e Alberto Mineo. Testi surreali, strumenti giocattolo, campionamenti stranianti e sinistri, la tangibile sensazione di essersi persi dentro un luna park degli orrori (sentire l’inizio di Fuzzi Bugsi). Particolarmente straniante/angosciante Pianto di un coniglio a molla che inizia quasi come un pezzo industriale prima di addentrarsi in una wonderland capovolta. Ovviamente un po’ datato ma ne vale la pena. Essendo fuori catalogo da anni  scaricatelo qui.

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Idiot Flesh – Bach is dead

idiotflesh 9804 Idiot Flesh   Bach is dead

gli idiot flesh, questo non proprio famoso gruppo di performer drogati californiani – musicalmente diciamo tra i  residents più manieristici, l’avanguardia swing-metal dei mr bungle di ieri e  la diablo swing orchestra di oggi – anni fa hanno fatto una cover di bach is  dead, indimenticabile perla proveniente dall’indimenticabile duck stab, nonchè slogan di guylum bardot da un po’ di tempo, e questo  è il vero motivo per cui ne parliamo. poi, per chi volesse entrare nel loro mondo di  vocine fastidiose, cori ubriachi, easy listening con improvvise impennate di  violenza strumentale, un album è interamente ascoltabile su last.fm. qui invece  i loro video.

The Residents live al Circolo degli Artisti – Roma – 13/11/2008 – Fear! Terror! Panic and Doom!

ZdE12xTX2gdalawz7uVM06tYo1 500 The Residents live al Circolo degli Artisti   Roma   13/11/2008   Fear! Terror! Panic and Doom!

come promesso, guylum bardot C’ERA. abbiamo scoperto che il circolo degli artisti è un posto molto piccolo. abbiamo scoperto che il pubblico dei residents è molto eterogeneo, sia per genere, sesso, età e religione. e abbiamo scoperto anche che, a parte qualche caso di attacco della famigerata Simpatia Romana, il pubblico dei residents è educato e adora i nostri beniamini. una storia lunga due ore, misteriosa e inquietante, raccontata in inglese da un vecchio cantante/narratore/stregone/barbone pazzo/gg allin/moondog vestito da coniglio/befana mamuthones, non era facile da digerire senza sb(R)occare. abbiamo scoperto inoltre che i rez, senza i tipici bulbi oculari ma con passamontagna neri e orecchie da coniglio, hanno bocche, nasi e denti: li abbiamo visti. (continua…)

The Residents – The Bunny Boy

The Bunny Boy, ultima grande fatica dei Residents.

Difficile definirlo, come del resto è difficile definire molte delle realizzazioni dei bulbi oculari meno famosi della Louisiana. Intreccio audiovisivo che s’ammanta di un background fin troppo ermetico? Ennesimo sguardo monoculare sul terrificante e crudo tema dell’infanzia? Necessario compagno di Tweedles nella musicalizzazione di perfette dissociazioni e di deliziosi disturbi della personalità? Definitiva dimostrazione che i Rez si sono ammosciati?

bunnyboy The Residents   The Bunny Boy

Everyone is crazy, in a one man show.

Stando al booklet, The Bunny Boy sarebbe stato ispirato dalla richiesta d’aiuto di un ex-colleague dei Residents, alla ricerca di un suo fratello scomparso presumibilmente nell’isola di Patmos, nel Dodecaneso. L’ex-colleague, conosciuto come Bunny, avrebbe spedito al gruppo una serie di DVD (intitolata Postcards from Patmos) che documentavano la sua ricerca, pregando di aiutarlo a caricarli nel vasto Internets. Prevedibilmente, quando i preoccupati Residents tenteranno di risalire a Bunny, non ne troveranno traccia. The Bunny Boy rappresenterebbe la trasposizione in musica di Postcards of Patmos – a detta dei Residents troppo tecnicamente rozzo persino per essere fatto circolare su YouTube. Un concept, insomma, vago ed oscuro, pieno di rimandi pressoché impossibili da seguire, in poche parole, in perfetto stile residentsiano.

Every now and then I dream I killed my brother Harvey

Anche nelle tematiche dell’album troviamo alcuni tòpoi delle opere principali dei Rez. Primo fra tutti, un’abile satira verso il pop; diretta e graffiante in The Third Reich ‘n Roll e in Petting Zoo, in The Bunny Boy è annunciata “per iscritto”¹ e viene poi a svilupparsi nella successione delle tracce: Boxes of Armageddon e Rabbit Habit sembrano avere un insolito coefficiente di catchiness, di orecchiabilità, che ricorda quasi WB:RMX e il Commercial Album (altri due capolavori di decostruzionismo pop), neanche i testi sembrano essere particolarmente inquietanti o complicati. Ma da I’m Not Crazy² in poi si discende lentamente verso i Residents “classici”, facendo scomparire l’abito pop: Pictures From a Five Year Old e I Killed Him riprendono lo stile narrativo di River Of Crime e di Tweedles – riuscendo, credo, più spaventose dei due album messi insieme —  mentre Secret Message, It Was Me e I’m Not Crazy ricordano la vis paranoide-aggressiva di pezzi come Secrets.

When I was a little boy, I didn’t have a dad
So I built a miniature butcher shop instead

Un altro tema caro alle palle d’occhi centrale in The Bunny Boy è quello dell’infanzia: l’album ha una marcata impronta intimistica, sia il booklet che la serie di video sono pieni d’immagini della cameretta di Bunny — vedi Secret RoomButcher Shop, Bunny Boy e The Black Behind raffigurano l’inadeguatezza, la tristezza e le paure di ogni bambino. Se poi qualche particolare bambino appende un’anatra morta nella sua cameretta e custodisce gelosamente an eyeball that can sing, noialtri dobbiamo solo essere contenti.

The Golden Guy had a voice like Elvis.

E i Residents sono riusciti a farci stare anche Elvis. Un pensiero ad Elvis, che la gente spesso chiamava il “Re”.

Ci sarebbe molto altro da dire su The Bunny Boy, inoltre — principalmente (anorgasmiche) masturbazioni mentali. E’ senza dubbio uno degli album più importanti dei Rez, raffinato ed autoconsapevole, un classico dalla nascita perché maturo. Proprio per questo ci si potrebbero costruire sopra decine di teorie, scorgere tanti segnali, risolvere misteri, svelare identità… Il mio personale consiglio in merito è di fottersene: sono i Residents, un po’ d’enigmistica occultista sulle loro releases è ok, ma i calcoli babilonesi coi copyright, le location, le mamme e le sorelle sembrano solo cretinate da feticisti e investigatori privati delle corna. Chi mi capisca, mi capisca.

E non fatevi vedere al concerto.

1. The Bunny Boy booklet, pag. 2
2. Io all’inizio avevo letto I’m not Craxi e m’ero messo a ridere come uno scemo.

UPDATE: e al concerto di roma c’eravamo.

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